L’INVERNO DELLA LEVATRICE di ARIEL LAWHON
Nella Nota all’autrice posta alla fine del suo romanzo, L’inverno della levatrice, Ariel Lawhon ha definito sé stessa “collezionista di persone”. Così come è accaduto per questo romanzo, tradotto in italiano da Massimo Ortelio e pubblicato da Neri Pozza, la Lawhon scopri nei luoghi più disparati spunti che la portano a fare ricerche sul protagonista di un suo nuovo romanzo.
Era incinta del suo figlio più piccolo e in attesa che il suo ginecologo la visitasse nel suo studio quando, su di una rivista, ha trovato un trafiletto che parlava di Martha Ballard, che nel corso della sua lunga carriera aveva fatto nascere più di mille bambini senza perdere neanche una madre, cosa abbastanza difficile negli Stati Uniti di fine ‘700.
Sulla Ballard, in verità, era già stato scritto un libro da Laurel Thatcher Ulrich, La storia di una levatrice, una vera e propria biografia della donna. Col suo testo, invece, la Lawhon si è ispirata ad eventi reali, ma non si è interamente basata su di essi.
Tenendo come punto fermo il diario che la stessa Ballard teneva, in questo romanzo seguiremo le vicende della levatrice, della sua famiglia e della cittadina di Hallowell nel Maine per sei mesi, nel lungo inverno, ancora ricordato così, del 1785. Come levatrice di Hallowell, Martha, conserva i segreti di tutta la comunità, dando spesso una mano concreta soprattutto alle donne in difficoltà, in un’epoca nella quale non era difficile che nascessero figli al di fuori del matrimonio, addebitando l’evento, spesso, alla lussuria della donna.
E anche lo stupro e la violenza erano all’ordine del giorno e spesso la giustizia proteggeva questi uomini.
Ariel Lawhon ci racconta di un periodo della storia americana duro per le donne, durante il quale trovare personalità libere e indipendenti come quella di Martha Ballard, che sapeva addirittura leggere e scrivere, è davvero difficile. La Lawhon, con lo sfondo di una natura selvaggia e poco favorevole all’uomo, soprattutto in inverno, intreccia storie e vicende differenti delle quali resta come anello di congiunzione sempre la nostra levatrice.
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